venerdì , 23 giugno 2017
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La variazione. L’importanza di cambiare

Variazioni GoldbergPagina dalle Variazioni Goldberg

La variazione è la ripresentazione di un’idea musicale (tema). In  ogni variazione il tema presenta delle modifiche e delle differenziazioni, più o meno incisive, rispetto appunto al tema originale stesso. Le modifiche possono riguardare qualunque aspetto del tema: possono cambiare l’impianto armonico, la melodia, l’articolazione del contrappunto, il ritmo, il timbro strumentale, la dinamica, l’ornamentazione…

L’uso della tecnica della variazione risale almeno all‘antica Grecia. La scarsa documentazione esistente sulla musica greca nel suo complesso non ci consente tuttavia di esprimerci molto sul grado di varietà delle tecniche di variazione impiegate.

Molto meglio documentato è l’uso della variazione nel canto gregoriano, nel quale essa viene impiegata con grande ricchezza di forme. Una delle diverse tecniche di uso liturgico, diffusa soprattutto nel Duecento e denominata frangere voces, consisteva nella ricca ornamentazione di una melodia che nella sua forma base presentava valori ritmici assai lunghi. Un’altra particolare forma di questo procedimento, molto in voga nella musica rinascimentale, era quella in cui il ritmo base viene successivamente suddiviso in intervalli sempre più brevi.

Nel Quattrocento l’opera di Dufay offre molti esempi polifonici di variazione, soprattutto nelle Messe, in cui nei momenti di rielaborazione ciclica si notano alcune trasformazioni del materiale melodico già impiegato. Con il XVI secolo le procedure di variazione divennero del tutto tipiche, e il loro uso sistematico si estese alle musiche strumentali profane. Una forma particolarmente importante fu quella del corale variato, in cui le variazioni avevano soprattutto il carattere di arricchimento polifonico. Nel Cinquecento si diffuse anche l’utilizzo di melodie popolari come temi da variare nel repertorio colto. Le variazioni strumentali divennero rapidamente uno dei generi di maggior fortuna, anche perché consentivano un grande dispiego di tecniche virtuosistiche divenute possibili sui più perfezionati strumenti tardo-rinascimentali.

L’arte dei virginalisti elisabettiani (Byrd, Gibbons, Bull) ebbe un importante ruolo nel conferire prestigio al genere del ground, da cui derivarono, in epoca barocca, la ciaccona e la passacaglia, forme in cui ad essere variato non era un tema melodico, ma uno schema di accordi, o un basso ostinato.

Nel Seicento esempi di queste forme sono offerti da alcuni cicli di variazioni per organo e per cembalo di Frescobaldi, e in genere dalle innumerevoli serie di variazioni scritte per il fortunato tema della follia. Nella prima metà del Seicento altri esempi eccezionali sono le ciaccone di Claudio Monteverdi (Zefiro torna) e Heinrich Schütz (Es steh Gott auf, terza parte).  Il basso ostinato ebbe grande diffusione, nella seconda metà del Seicento, anche presso la scuola organistica nord-tedesca, come ci dimostrano Pachelbel e Buxtehude. A questo genere appartengono anche le monumentali Variazioni di Goldberg di Bach, nelle quali è appunto lo schema accordale a conservarsi. In quest’opera, di vastità assolutamente eccezionale per la letteratura per tastiera dell’epoca, le variazioni arrivano a modificare l’aria iniziale in maniera così profonda da transitare, ad esempio, dalla forma della sarabanda a quella del fugato. Un altro illustre esempio di variazioni barocche per clavicembalo è dato dalle Harmonious Blacksmith di Georg Friedrich Händel.

Nell’età classica le variazioni cominciano a separarsi gradualmente dal genere che prevede il basso ostinato, per evolversi verso forme più libere. Oltre a costituire una forma autonoma, il tema e variazioni diventa (insieme alla romanza, al rondò e alla stessa forma sonata) una delle forme più usate per i movimenti lenti delle sinfonie, delle sonate e delle composizioni cameristiche organizzate in più movimenti. Esistono inoltre numerosi esempi di variazioni usate come primo movimento (Sonata K 331 di Mozart) o come finale (Terza sinfonia di Beethoven). In quest’ultimo caso, in particolare, era tipica un’evoluzione drammatica coerente che risolveva la vicenda sinfonica in maniera eroica (si pensi anche, per rimanere a Beethoven, al celeberrimo finale della Nona). Una soluzione formale altrettanto tipica e originale ce la offre Haydn, che fa uso frequente di variazioni doppie, nelle quali due diversi temi correlati, normalmente uno in maggiore e uno in minore, vengono presentati e poi variati alternativamente. Un esempio è il movimento lento della sua Sinfonia n. 103 Rullo di timpani. Le variazioni Beethoveniane mature non hanno più nulla in comune con l’antica arte di ornare un tema. L’idea musicale scelta è spesso di grande semplicità, e costituisce una specie di materiale neutro che deve essere sviluppato e prendere forma nell’essere variato. L’ultimo Beethoven si mantenne fedele alla tecnica della variazione, impiegandola in lavori di grande complessità e impegno, come il movimento lento del quartetto Op. 127, il secondo movimento della sonata Op. 111, e le Variazioni su un tema di Diabelli.

La sensibilità romantica si dimostrò meno ricettiva nei confronti del tema e variazioni in quanto forma. In effetti il modello lasciato dall’ultimo Beethoven era ancora troppo ardito e impegnativo per essere apprezzato dalle generazioni immediatamente successive, mentre la decorazione melodica, benché assai presente (si pensi alla vena di Fryderyk Chopin), è impiegata liberamente nei più disparati contesti formali, piuttosto che esibita in maniera sistematica in un florilegio. Franz Schubert scrisse cinque cicli variazioni utilizzando i proprilied come temi. Anche Chopin (Berceuse in re bemolle maggiore) e Schumann (Studi sinfoniciop.13) hanno scritto lavori basati sulla variazione, ma tra i grandi musicisti romantici quello che ha impiegato più regolarmente questa forma è stato certamente Brahms. L’opera diWagner lo vede continuamente alle prese con le tecniche di variazione.

Tra le grandi composizioni orchestrali del primo novecento un notevole esempio di variazioni è dato dal bolero di Maurice Ravel. Ma è soprattutto con la musica dodecafonica che le variazioni hanno riacquistato un ruolo centrale nel panorama musicale. La tecnica seriale contiene intrinsecamente l’idea di variazione di un tema costituito dalla serie posta a fondamento dell’opera, e la scrittura contrappuntisticamente elaborata della seconda scuola viennese rende i procedimenti di variazione molto ricchi e articolati. In più i maestri della dodecafonia hanno composto anche lavori esplicitamente presentati come variazioni; ricordiamo le Variazioni per orchestra di Arnold Schoenberg, le Variationi Op. 27 e la passacaglia op.1 di Anton Webern, rispettivamente per pianoforte e per orchestra. Al di fuori del panorama dodecafonico le variazioni sono impiegate da compositori come Paul Hindemith, e Benjamin Britten, il cui lavoro più famoso è proprio una serie di variazioni su un tema di Henry Purcell che egli chiamò Guida del giovane all’orchestra. La seconda metà del XX secolo ha visto ancora una volta diminuire l’interesse per l’antica forma delle variazioni, stavolta in maniera connessa a fenomeni di rivoluzione del modo stesso di pensare la musica e allo sviluppo di tecnologie che rendono possibile l’elaborazione elettronica del suono, rispetto ai quali gran parte delle tecniche compositive classiche risultano estranee.

Un capitolo a sé stante della tipologia delle variazioni viene dalla letteratura organistica soprattutto dei periodi barocco e romantico: entro queste epoche, anche grazie all’uso della pedaliera atta a permettere all’esecutore un più ampio e completo sviluppo e conduzione della polifonia durante l’esecuzione (pur essendo unico l’esecutore), la variazione sul corale pervenne al suo apogeo.

(Credits: foto1 wikimedia – pubblico dominio; video Deadlockcp)

Chiara Pisati

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